Il calcio è fenomeno trasversale, che abbraccia tutta la società, cerceremo dunque di fare un po’ di luce sull’intreccio tra calcio italiano e fascismo.
Introdotto in Italia dai ‘maestri’ inglesi (marinai e militari), alla fine del XIX secolo, il calcio aveva fatto subito proseliti, soprattutto negli ambienti studenteschi, passando in breve tempo dal rango di mero passatempo ‘ludico’ a quello di sport che non solo attirava praticanti, ma anche tantissimi spettatori.
Tanto che, in breve tempo, divenne lo sport nazionale per antonomasia, diffondendosi, a macchia d’olio, dalla provincia ai grandi centri metropolitani.
Il calcio, con tutte le sue problematiche e le sue ricadute sulla società, non poteva che divenire, durante il ‘ventennio’, un ambito di grande interesse per il regime.
Tipico dei regimi dittatoriali è infatti l’insinuarsi in tutte le manifestazioni in cui si estrinseca il vivere civile e sociale: inevitabile dunque che il fascismo finisse per avocare a sé tutti quei settori, specifici della cultura e dell’intrattenimento, su cui costruire il volto ed il nuovo sentire della nazione e dell’identità italiana.
Se l’influenza fascista si allargò subito a scienza, letteratura ed architettura, ben presto anche il calcio entrò a far parte di questo meccanismo volto a cercare e ad assicurarsi il consenso delle masse.
Secondo il Duce il calcio, per la specificità della sua natura, si prestava benissimo agli scopi del regime per quelle sue spiccate caratteristiche che lo rendevano atto a ad esaltare il popolo e a coinvolgere ampi e diversificati gruppi sociali, muovendo passioni e sentimenti forti.
Uno stato forte, secondo gli insegnamenti del sociologo francese Gustave Le Bon, deve indagare le masse per carpirne bisogni ed interessi da manipolare, per sottomettere poi gli individui, fornendo loro quelle sicurezze e quelle rassicurazioni di cui abbisognano.
La volontà di inquadrare il popolo, educandolo ai dettami fascisti, è un aspetto affascinante e, in certo senso, nuovo nel panorama politico nazionale, se e’ vero che Mussolini per primo, e più di tutti, mise in pratica il pensiero di Le Bon, ben conscio che laddove esiste un potere forte esiste la sottomissione e la manipolazione delle menti.
Tra i vari settori in cui attuare questi propositi di ‘controllo’ ci furono anche quelli, apparentemente meno ‘nobili’, come lo sport, ed il calcio in particolare.
In breve tempo, a cavallo degli anni ’30, il gioco del calcio si trasforma e cresce attirando l’interesse e le passioni di migliaia di individui, dilagando da nord a sud lungo la penisola, incarnando in pieno gli ideali del regime: è infatti un gioco di squadra retto da logiche e tattiche precise e ben definite.
Proprio in questo riuscire ad entrare perfettamente nelle logiche del calcio il fascismo si differenziò dai precedenti e contemporanei governi liberali, comunisti e socialisti, che si erano limitati ad osservare e incoraggiare il fenomeno sport, e calcio in particolare, solo come momento di aggregazione, partecipazione e svago, buono solo come mezzo per promuovere la forza fisica e militare, lasciandolo però depoliticizzato e destrutturato.
Il fascismo, ed il nazismo poi (con le Olimpiadi del 1936), intuirono il grosso potenziale del calcio come molla per stimolare l’interesse ed il sostegno delle folle.
Se i socialisti scontano l’assunto marxista che vede lo sport come parte di quel ‘pacchetto’ che funge da ‘oppio dei popoli’, e quindi lo marchia come ‘vizio da borghesi’, da rifuggere assolutamente, il fascismo ne coglie invece da subito l’intima essenza. Facendo propri i bisogni del popolo, nelle sue varie segmentazioni sociali, finisce per avvicinarsi ai giovani e agli studenti con l’intento di indirizzarli in toto, nella mente, ma anche e soprattutto nel corpo, identificando lo sport come uno dei cavalli di battaglia con cui creare adesione e partecipazione, ma anche lotta e cura dei mali del tempo (alcolismo, tubercolosi, malaria, bassa natalità).
Il passo fondamentale, in questa nuova logica, è quella di agire sull’istruzione, l’educazione fisica diventa dunque obbligatoria in ogni ordine e grado di studi, ma ancor più bisogna investire sugli educatori e, in quest’ottica, la figura tipo di istruttore diviene Vittorio Pozzo, ex alpino durante la Grande Guerra, e Commissario Tecnico della nazionale che, tra il 1934 e il 1938, porterà a fregiarsi di due titoli mondiali e di un alloro olimpico.
Nonostante negasse l’utilizzo di tecniche di persuasione psicologica, Pozzo però usava immagini nazionaliste e allusioni alle tecniche di combattimento per sottolineare il ruolo dei giocatori come rappresentanti della nazione e del regime.
Il calcio finisce così per diventare, oltre che un’attività ricreativa e sana, una splendida occasione per mobilitare milioni di persone e per veicolare e convogliare le passioni di intere generazioni, organizzandole ed educandole ai valori predicati dalla gerarchia.
Entrato in un ambito ‘politicizzato’ il calcio del ventennio subirà anche tutte le estremizzazioni del caso, prima tra tutte il rinfocolarsi e l’acuirsi di un campanilismo prettamente italiano, che si spinse in taluni casi ben oltre l’accettabile (vedi ad esempio gli scontri tra fazioni in occasione dell’incontro Genoa-Bologna disputato a Torino nel 1925, incontro di spareggio valido per l’assegnazione del titolo di campione d’Italia).
In un sistema, già organizzato e funzionale, com’era il calcio dell’epoca, il fascismo intervenne ristrutturando le società imponendogli lo spirito di disciplina, tipico del fascismo, e rafforzandone gli aspetti più tecnici e politici. Così i calciatori iniziarono ad essere scelti e selezionati proprio perchè dovevano rappresentare nel migliore dei modi l’ideale di “uomo nuovo” che il fascismo cercava di imporre in quegli anni: l’atleta, sul campo, finiva dunque per diventare una sorta di metafora del soldato in battaglia, che si sacrifica per l’onore e la gloria dell’intera squadra, il tutto con il precipuo scopo di portare il nome dell’Italia nel mondo attraverso l’unica arma che fosse in suo potere: la vittoria.
In questa logica bipolare i calciatori assurgono ad esempi da additare e per la prestanza del loro aspetto fisico e del loro stato di buona salute, ma anche , e soprattutto, perche’ funzionali ad un gruppo, alla squadra appunto!
Oltre ad aver rinfocolato certi campanilismi, estremizzandoli, un’ altra delle contraddizioni cui dovette far fronte il regime fu la cosiddetta “questione degli oriundi“, quei giocatori cioè che, proveniendo da paesi stranieri, avevano tuttavia origini italiane più o meno chiare.
Il problema si acuì ulteriormente dopo il 1938 e la promulgazione delle ‘Leggi razziali’, e venne risolto dalle autorità fasciste con un escamotage terra terra: quello della doppia cittadinanza.
Del resto i grandi successi internazionali dell’epoca, raccolti sì grazie alla unione di intenti del gruppo, ma anche al cospicuo apporto tecnico e qualitativo di giocatori provenienti soprattutto dal Sudamerica, fecero mettere da parte il sano orgoglio nazionalistico.
Una certa flessibilità, sempre nell’intento di non alienarsi l’appoggio e la simpatia di parte della cultura e dell’intellighenzia dell’epoca, impose al regime di lasciare ampia libertà di manovra agli architetti e agli ingegneri che progettarono i nuovi impianti sportivi.
L’importante era che essi rispettassero alcuni parametri stabiliti dall’alto: la monumentalità ed il rapporto stretto con la città, lo stadio era infatti essenziale nell’ottica fascista.
I due prototipi di stadi fascisti sono il ‘Littoriale’ di Bologna, il primo in termini di tempo a vedere la luce, e il “Giovanni Berta” di Firenze. Pur nella loro evidente diversità architettonica essi sposano a pieno l’intento del fascismo di richiamare le radici della Roma imperiale e, al tempo stesso, il desiderio di guardare al futuro e agli aspetti piu’ trasgressivi e moderni dell’Italia fascista.
L’efficienza e l’attenzione con la quale vennero costruiti gli stadi mostra ulteriormente l’importanza che il regime attribuiva allo sport, in particolare al calcio: spogliatoi separati per arbitro e giocatori, accessi alle tribune direttamente dalle strade, scale che agevolassero il collegamento con gli spalti, potenziamento dei mezzi pubblici tra la citta’ e gli stadi.
In un sistema così concepito anche il pubblico diventava parte integrante dello spettacolo: le ripide gradinate facevano sì che i tifosi non fossero mai separati dall’azione nè dal punto di vista visivo nè da quello uditivo.
La crescita, burocratizzata, del calcio diventò sempre più esasperata man mano che faceva proseliti, attirando a sè milioni di tifosi.
Si arrivò così al punto che le società iniziarono a finanziare le tifoserie affinchè potessero seguire la propria squadra in trasferta. Il calcio, insomma, era diventato un elemento costante della vita di ogni italiano, animava le sue domeniche a tal punto da lasciare seri dubbi se avesse creato consenso al regime o, piuttosto, che fosse divenuto esso stesso elemento di consenso, viste le acerrime rivalità territoriali che si crearono divenendo fonte di divisione più che d’unione.
Ben presto altri elementi finirono per minare le fondamenta del calcio. In nome dell’autarchia vennero infatti messe al bando le acquisizioni di giocatori stranieri in favore di quelli italiani e ciò finì per inquinare lo spirito del gioco: tanto che, quando erano impegnate all’estero, le squadre italiane erano viste come simbolo dell’ideologia fascista e private della loro identità cittadina, alienando le simpatie dei Paesi stranieri, anche in ambito sportivo.
La ricerca del consenso raggiunse il suo acme durante le manifestazioni calcistiche internazionali del periodo (Olimpiadi e Mondiali).
Il primo banco di prova dei progressi raggiunti furono le Olimpiadi di Amsterdam del 1928, in cui gli azzurri vennero eliminati dall’Uruguay, poi campione olimpico: del resto nessuno poteva aspettarsi di più, ma neppure negare i grandi passi in avanti compiuti dal movimento nazionale.
Ma Mussolini voleva ancor di più, come dimostrò l’incarico affidato a Lando Ferretti di riorganizzare il CONI, rendendolo un organo direttamente rispondente al partito.
Così gli anni che precedettero le Olimpiadi di Los Angeles del ’32 furono anni di grande preparazione, durante i quali gli atleti furono considerati patrimonio della nazione, ambasciatori dell’Italia nel mondo. Le Olimpiadi americane furono un clamoroso successo per l’Italia che si piazzò addirittura al secondo posto assoluto nel medagliere con 36 medaglie, 12 per ciascun metallo.
Gli atleti furono ricevuti direttamente dal Duce e poi a Milano da Arpinati che conferi’ loro la “medaglia di acciaio“, il più alto riconoscimento a livello nazionale.
I Mondiali del 1934, svoltisi in Italia, furono il passo successivo, occasione non solo per mostrare al mondo i progressi e la potenza del calcio italiano, ma anche per esibire la intera gamma delle capacità del regime, organizzando alla perfezione la competizione. Fu in quell’occasione che nacque un intero indotto che ruotava intorno all’organizzazione della prestigiosa gara: treni speciali a prezzi ridotti fino al 70%, francobolli coniati per l’occasione e biglietti per gli incontri stampati su una carta particolare che consentiva di conservarli a mo’ di souvenir, uno stuolo di giornalisti, adeguatamente preparati, al seguito delle nazionali. Persino una campagna pubblicitaria organizzata appositamente per i Mondiali.
Il trionfo di questa mastodontica macchina organizzativa fu la festa per la vittoria finale, con l’atto decisivo contro la Cecoslovacchia (2-1 per gli azzurri) cui, allo Stadio Olimpico, assistettero cinquantamila spettatori, preparati a cantare inni fascisti, sventolando fazzoletti sui quali era stampato il nome del Duce. Una vera e propria glorificazione del Regime in occasione della quale furono commemorati anche gli atleti del passato morti al servizio della Patria.
Poi arrivarono anche l’oro alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 (2-1 contro l’Austria) e il successo ai mondiali del 1938 in Francia (4-2 contro l’Ungheria).
Nel 1939 però il pallone lasciò il posto alle armi e tutto il sistema collassò, ma questa è un’altra, dolorosissima, storia…
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